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Scuol@ 0.0

bologna

Bologna, era tanto che non ci andavo. Bologna era sempre un bell’andare.
Ogni scusa era valida, anche un convegno sulle nuove tecnologie per Dirigenti Scolastici.
Giustappunto, per l’occasione, non mi ero portato un e-book, ma un libretto di carta e inchiostro, da leggere in treno. Un pregiato trattatello di Bellone su Galileo e Keplero. Inoltre, per ingombrare meno le tasche, avevo lasciato a casa il cellulare palmare e portato con me un mero dispositivo telefonico… Poiché, a quel punto, era rimasto un po’ di spazio in tasca, ho pensato bene di riempirla con una rassicurante cartina della città, con la sua avvolgente rappresentazione in panottico, impossibile nell’angusto schermo di un palmare.

Sono all’imbocco di via Costituente, una bella manifestazione è il saluto di Bologna. Musica ad alto volume, megafoni, un ridente furgone variopinto, un dispiego eccessivo di polizia. Giovani che vanno e vengono per protestare contro la chiusura di un centro sociale. Bravi, mi unirei, ma altri doveri mi impongono di proseguire, come al solito.
La chiusura della via mi fa scarpinare un po’ di più per raggiungere la fermata dell’autobus. Sto navigando a vista. Dal mezzo pubblico mi faccio scaricare non proprio nel punto ideale per la mia meta, ma sono passato sotto le due torri e questo è ciò che conta. Le cartine delle grandi città hanno un reticolo di centro storico piuttosto intricato e spesso poco decifrabile, per la necessità ci conciliare sullo stesso foglio, col sacro vincolo della proporzionalità, i grandi viali delle circonvallazioni, le ampie zone periferiche e le strette strade del centro con le sue numerose piazze.
In tali condizioni, anche il lettore più accorto può commettere errori, non scegliere il percorso più vantaggioso, non calcolare in modo perfetto tempi e distanze che a piedi possono diventare importanti e quindi… perdersi a proprio vantaggio nei vicoli, scoprire una portico diverso, un palazzo inaspettato, l’aprirsi di una piazza. Nessuna meritevole efficienza, in tutto ciò, solo mente libera, quindi sana.
Ormai sono vicino alla meta, la piazza mi aspetta alla prossima via a sinistra, ne sono certo. Ciononostante mi permetto un ultimo atto inaudito: chiedo.
Colgo due persone uscire da un portone e mi permetto questo antico gesto: “Scusate, un’informazione…” alla faccia di maps!
Entro nel sontuoso palazzo che accoglie il convegno. Di certo sono in ritardo. In fondo a un corridoio austero, un tavolo con due addette. la solita consegna di cartellette e gadget, penso. Come ne sono a ridosso, una signora si rivolge a me “Buongiorno, lei è un “neo”?” Non sapendo decifrare la criptica frase, immagino il Keanu Reevs di Matrix e ne sono lusingato. Disegno sul mio sguardo un punto interrogativo in attesa che la donna mi proponga la pillola rossa e quella blu.
“Lei è un Dirigente di nuova nomina?” Va precisando.
“Ah, no, sono solo un delegato”
“Allora non ho niente per lei, mi dispiace”
Tiro un sospiro di sollievo!

Non sono in ritardo, i lavori devono ancora cominciare, sono nel quarto d’ora accademico.
La sala è già piena, dovevano avere tutti degli ottimi navigatori, o, più semplicemente, sono partiti prima di me.
La sala è una stupenda biblioteca affrescata, da lasciare a bocca aperta.
Individuo un posto libero vicino a tre suore. Mi siedo a fianco di una delle sorelle. Istintivamente traggo dalla tasca il libro di Bellone… e lo stringo tra le mani.

Sul palco si stanno preparando i pezzi grossi, rappresentanti del Ministero, esponenti degli enti inutili, responsabili delle associazioni dei Dirigenti, le società finanziatrici. Spiccano otto papaveri dietro altrettanti microfoni, sotto di loro gli enormi striscioni degli sponsor li fanno sembrare tante teste che spuntano da un unico sandwich.
Apre i lavori il Direttore Generale. Parte dai grandi temi, illustrando il funzionamento della mente, continua così, dissertando di Kiki e Buba, di SSS e RRR e di sinestesia, per terminare con tuoni e saette: “la tecnologia nelle scuole, perché i giovani leggono il digitale e non la carta e noi ai giovani dobbiamo comunicare, altrimenti tanto vale chiuderle, le scuole!”
L’applauso è sentito, ma non troppo.
Due interventi dei finanziatori di questo e quel progetto, tanto per farsi un po’ di pubblicità, e finalmente viene data la parola ai tecnici che, fra ampio uso di acronimi, illustrano i dettami normativi e pratici della rivoluzione: registri on-line, LIM, tablet, firme digitali, virtual e flipped classroom, classi 2.0, NAM, cloud, second screen
Il second screen è un concetto interessante che mi riporta alla realtà. Come descritto dal relatore, si tratta dello strumento per essere contemporaneamente presenti in più luoghi, approfondire e far interagire le conoscenze. Per esempio, sempre più spesso, anche qui in questa sala, le persone sono di fronte a due schermi: uno, quello reale, dell’astante sul palco che parla, l’altro, quello del proprio device che tengono in mano o sulle ginocchia.
Così stimolato, mi guardo intorno e scruto la platea dei presidi tutti composti e in ascolto. Qua e là è puntellata di second screen: qualche telefono palmare, i più raffinati un tablet. Alcuni chattano in un social forum, sugli schermi più grandi appaiono invece, qui la pagina di Repubbica, là un gioco con le lettere, più in là ancora uno con le macchinine… oggi dicono second screen quello che più banalmente, un tempo, chiamavano “maleducazione”.
Non pago, scruto ancora e…eccolo, lo sapevo… un bel second screen di carta: là, sulle ginocchia di un preside attempato con gli occhiali sulla punta del naso, piegato a metà, un Corriere della Sera!
Fra quel tanto scrutare, intravedo anche una figura conosciuta: Ermes Belli, il preside dei miei primi anni di servizio. In quel periodo, per la sua scuola, sviluppai “Andromeda”, il programma per le pagelle elettroniche…ooops, schede…ooops, documento di valutazione… ho perso il conto dei nomi cambiati per indicare la stessa cosa. Beh, il Belli non brandisce maleducazioni di carta o di silicio, sembra attento… anzi, no, cinguetta con due sue colleghe, come è suo costume.

Sul palco si alternano i dubbiosi e i pasdaran. Questi ultimi non hanno freni, propugnano l’i-puff per la scuola dell’infanzia e vagheggiano la scomparsa del libro stampato, pregiandosi di vivere all’interno di una rivoluzione culturale ben più imponente di quella generata dall’introduzione dei caratteri mobili di Gutenberg, ben più stravolgente di quando un funzionario egiziano si recò dal Faraone con un papiro stirato pieno di macchie e disse “Signore, le porto in dono l’invenzione della scrittura!”
Poi, sulla conoscenza… “Oggi il manuale è superato, per usare un eufemismo, se invece vogliamo dirla tutta, è morto! La concezione gentiliana di sapiente è finita! Il docente non è più il punto di riferimento del sapere, con la Network Assisted Memory, grazie alla grande rete, l’accesso alle conoscenze è diventato poderoso e istantaneo…”
“Sì, l’accesso alle conoscenze del cazzo!” gli fa eco con accento reggiano qualcuno nella fila dietro la mia.
Cos’è? Un ribelle? Qua dentro? É un uomo abbastanza giovane che, con due conoscenti, commenta senza ritegno i fondamentalismi degli oratori. Chi è? Un “neo”? Impossibile. Un preside di ruolo? Non ne ha l’aspetto? Un delegato? Un infiltrato? Non lo saprò mai.
Dei miei vicini non ho finito di parlare. Dietro di me ci sono, dunque, i ribelli. Alla mia destra ho già detto della suora, fasciata nel suo bel completo grigio e azzurro, riporta alcuni appunti con una penna stilografica su di un taccuino rilegato in pelle; di tanto in tanto le sue mani vanno ad un tablet, che si scambia con le sorelle.
Alla mia sinistra, un signore dall’età vaga, più vicino ai sessanta che ai cinquanta, minuto e smunto, armato di blocco note, di una penna e di occhiali, trascrive con cura tutto quanto viene detto, anche le parole anglofone, senza errori di ortografia. Lui forse è un neo, ma, chissà…
Così, fra un ribelle, una suora e uno scrivano, assisto allo spettacolo del mondo che verrà.
Si fa per dire… ecco sul palco il rappresentante di uno dei due enti inutili che gravano sulla scuola. Cultore delle piattaforme on-line, pontifica sugli immensi spazi pieni di vuoto che quotidianamente i suoi scherani somministrano agli insegnanti.
Sbircio a destra…il mio scrivano è ancora lì a ricopiare tutto….almeno in questo caso mi sarei aspettato un bel “NO”. Allora tento una provocazione e, per il puro gusto di interromperlo…
“mi scusi, se la disturbo. Cosa ha detto poc’anzi il Presidente? Non ho sentito l’ultimo concetto”
Ruota verso di me il suo volto dimesso e mi ripete quanto ho richiesto, nel frattempo…continua a scrivere.

Quando la parola “device” viene pronunciata per la cinquecentesima volta, sento che è venuta l’ora della pausa, ma l’ultimo relatore ci vuole sorprendere e, illustrandoci il “Bring your own device”, ossia quella procedura per cui gli strumenti informatici per la didattica non sono forniti dalla scuola ma sono quelli personali degli alunni e dei docenti, annuncia: “sì perché tutti abbiamo il nostro aggeggio personale, io sono anni che non riesco a fare a meno di andare in giro con il mio aggeggio fra le mani!” be’, è stato colorito e non ha usato la parola “device”, quasi mi strappa un mezzo applauso.
A sentir cantare le lodi del “Bring your own device”, la voce del ribelle dietro di me si alza nuovamente di tono “mia nonna direbbe che far lezione in quella maniera lì, sarebbe come andare in giro con uno zoccolo e una ciabatta”. Una saggezza inaccettabile per i sacerdoti della modernità.
Finalmente suona l’intervallo, i Presidi fiumano verso il corridoio e una hostess indica la via per il buffet. I manicaretti sono assi invitanti, ma la ressa eccessiva mi fa desistere. Mi ricorda, alle scuole superiori, quando all’intervallo ci si accalcava presso l’uomo delle pizze e focaccine. Prendo la via del bagno. Anche lì un poco di attesa nel vestibolo e, dal gabinetto di fronte a me esce…Ermes Belli. Come già detto, Ermes fu il Preside dei miei primi anni di attività.. che faccio? Gli allungo la mano per salutarlo? No , va’, meglio di no. Un cenno di saluto e via. Non siamo certo nel luogo ideale per fare conversazione… che invece riprende fuori, davanti ad un piatto di tartine al salmone.
Squisiti mocassini azzurri, jeans e giacca di alta firma, benché a me sconosciuta, il viso abbronzato, l’anziano preside non smentisce il suo stile. Chiacchieriamo di “Andromeda” e ci scambiamo timori sulle manutenzioni dei nuovi armamentari informatici in dotazione delle scuole, per quanto la cosa gli possa importare, non essendo lontano alla pensione. Due cenni anche ai laboratori ricavati con le attività di trashware, il dialogare piacevole fa protrarre la conversazione nonostante due sue colleghe, donne mature di elegante presenza, facciano moine per richiamarlo a sé. Non intendo forzarlo a intrattenersi con me, pertanto lo agevolo a congedarsi, così da potersi dare alla sua vocazione.

Me la prendo comoda e per ritornare alla sala faccio un giro lungo. Sono nei corridoi della scuola benedettina e mi attardo a leggere i manifesti e gli appuntamenti…Una settimana in un resort, nella collina dolce toscana a razzolare con Cacciari nel cortile dei gentili… mica male… ecco invece un elenco di appuntamenti in loco, leggo il primo: “Sto alla porta e busso, cammino di preghiera e meditazione sul libro dell’Apocalisse”…Non leggo oltre, la mano va lesta alla ricerca del libro di Bellone…NO! Il talismano non è in tasca, l’ho lasciato sulla sedia in sala… mi sento irrazionalmente perduto.

Mettiamoci comodi ad assistere al gran finale. Si ritorna sulla demolizione del libro stampato, delle cartine geografiche sostituite dalla lavagne multimediali, e si vagheggia l’abolizione del foglio di carta anche per disegnare e prendere appunti. Bene, penso, così la foresta amazzonica potrà essere devastata solo per incartarci i panini del McDonald.
Ormai la metà degli invitati ha deciso di levare le tende, anche il mio vecchio preside non c’è più e nemmeno le sue due amiche. I dirigenti più maturi sono ormai tutti uccel di bosco. Restano i neo… ma loro devono marcare la presenza…
I bulldozer che preparano la base per il nuovo mondo non hanno ancora terminato. Pare che la rivoluzione multimediale, che per molti viene ritenuta un costo, per un dirigente scolastico salito testé sul palco a illustrare l’aspetto bieco dell’innovazione, sia invece una grande opportunità di finanziamento.
Vietati, qui da noi, gli investimenti speculativi in azioni di aziende ad alto contenuto di innovazione tecnologica, che in America fruttano grandi ricchezze alle scuole, cionondimeno, con alcuni stratagemmi, una scuola può utilizzare la novità e il software per autofinanziarsi i costi dell’innovazione, senza piangere miseria presso il Ministero.
Anche questa volta ho il conforto della voce del ribelle: “altro che software, per fare soldi ci vuole l’hardware, una stampante buona in cantina e la carta filigranata”.
Ma il nostro ammansitore ha altre frecce; sponsor, ovviamente e una invenzione geniale e segreta già attuata dalla dirigente scolastica del comprensorio del paese di Robano, idea geniale che ha fruttato parecchie decine di migliaia di euro. Segreto che però non vuole svelare perché intende utilizzarlo anche lui senza avere competitori fra i piedi… Bisbigli in platea “Ma cosa vuol fare lui? La Preside di Robano è una bella donna, non fa mica fatica a tirare su dei soldi, lei…”
Uh, la battuta sessista…ci mancava.
Il delegato del Ministero chiude i lavori con gran suono di trombone.
“Questa location ci stimola, siamo nella biblioteca dei Domenicani che pensavano di racchiudere qui tutto il sapere, una sorta di grande rete ante litteram”
Be’, io per non sbagliarmi do un’altra toccatina al libro di Bellone.
“Fra pochi anni il mondo dell’insegnamento cui siamo abituati non esisterà più. Basta con il modello taylorista della scuola! Riorganizziamo le architetture interne, gli alunni verranno a scuola che la lezione l’avranno già vista a casa sul loro device
“Ovviamente..” e alza il dito al cielo “dovremo riconsiderare il contratto di lavoro degli insegnanti, poiché è organizzato per lezioni, ma le lezioni, presto, non esisteranno più!”
Si leva l’ultimo applauso, questa volta ben sentito, chi titilla le corde del potere miete successo tra chi sente il bisogno psicologico di avere dei sottoposti.
Finalmente ci alziamo. All’uscita si forma il solito tappo di corpi. Una donna si sbraccia e urla “I neo qui! I neo non vadano via prima di passare di qui!” I neo quindi intasano il corridoio in attesa della pillola della verità, mi intrufolo per oltrepassare questa barriera umana.
Prima di uscire mi infilo gli occhiali scuri e alzo il bavero come per non farmi riconoscere. Prendo il primo vicolo a sinistra e mi perdo fra i portici della città.

 

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Thermite è morto!

jmenezmoto

“Thermite è morto! Quel figlio di puttana lo ha beccato alle spalle”. La voce di Dark risuona limpida nell’auricolare dell’elmetto.
Thermite era un fottuto dinamitardo, il suo soprannome deriva dalla passione per gli esplosivi. É grazie a lui se siamo ancora vivi. Aveva minato mezzo palazzo. Le sue cariche avevano fatto il loro dovere. Due di quei bastardi che erano venuti a snidarci erano rimasti secchi sulle sue bombe al plastico.
Ci avrebbero colto di sorpresa. La sorpresa però gliela ha fatta lui, Thermite.  Peccato ne abbia goduto per poco.
Non è stata una grande idea infilarsi in questa trappola. Per cosa, poi? Per soldi. Per essere i migliori… siamo mercenari. Qualcuno potrebbe dire che siamo dalla parte sbagliata. In fondo i nostri nemici, quelli che ci vogliono fare la pelle, sono forze dell’ordine. Ma cosa ci distingue veramente da loro? Niente. Avremmo potuto essere noi da quel lato della barricata. E loro dalla nostra. Sono uomini speciali. Come noi. La regola d’ingaggio per tutti è uccidere…. e rimanere vivi. É come una partita con una solo obiettivo: loro devono far fuori noi, noi dobbiamo far fuori loro. Siamo al di là del bene, al di là del male.

Thermite è morto e noi siamo rimasti in quattro. Quei bastardi sono solo in tre. Ma sono forti. Sono cani da guardia. Ci hanno stanato con i droni. Con quelle tecnologie diaboliche sanno perfettamente dove siamo. Certamente conoscono anche la mappa di questo palazzo direzionale, questa speculazione edilizia, questo cumulo di uffici vuoti.
“Il bastardo si è nascosto sulle scale, non lo vedo più. State attenti, ha un fucile a pompa”.
É sempre Dark, era con Thermite e l’ha visto morire. Ci eravamo barricati bene, ma il cane è entrato dall’alto, sfondando il controsoffitto, dove si era intrufolato come un verme, è piombato sul tavolo della sala riunioni. Ha colpito Thermite alle spalle ed è sparito come un fantasma. La stanza è un macello. Sangue ovunque, sedie e catalogatori ribaltati, porte e finestre sfondate. Dark ha sventagliato decine di colpi da 9mm, a vuoto. Le pareti sforacchiate ne sono testimoni.
Sky e Michael sono al piano di sotto, io addossato alle pareti con il rilevatore di presenza in mano, cerco di capire da dove arrivano quegli schifosi. “ce ne è uno qua dietro, nel corridoio…” comunico ai compagni.
Michael sale… Aspetta, accidenti! Non esporti così! Ci ha visti! Quello spara preciso! Cazzo, se lo è beccato in pieno. Il giubbotto antiproiettile ha tenuto, Micheal è ancora vivo. Ma è a terra, ha una gamba perforata. Chiede aiuto. Ne ha per poco. Quella ferita è da clampare immediatamente. É un lago di sangue. Sky, attento, non puoi aiutarlo, devi pensare al nemico, altrimenti quello becca anche te. Sta sparando ancora. Sembra pioggia. Non vuole che ti avvicini. Ma sta sparando troppi colpi, se continua così deve ricaricare. Non sarà così stupido. Infatti ha smesso.
“Invece è un coglione. Sky, è dietro la parete di cartongesso”
La voce di Sky, nell’auricolare, risponde calma “Lo so”.
Gli spara da lì. I colpi attraversano il cartongesso come burro squagliato. Il bastardo è fottuto. Purtroppo anche Michael…
É ora di muoversi, se resto fermo mi beccano. Il cane che ha freddato Thermite è troppo abile, deve esser il capo di questo drappello di teste di cuoio. Ma io so dov’è il suo collega. Ha lanciato un rampino sulla finestra… per imbrogliarmi. Non ci casco. Non sta salendo la corda, vuole che mi affacci… per spararmi dalla balconata. Esco di soppiatto dalla porta finestra. Mi vede… troppo tardi. Lo massacro!
“Dark, è rimasto solo un nemico”
“Quel figlio di puttana lo voglio far fuori io, lasciatelo a me”
“No Dark, non fare stupidate, riunisciti a Sky, quel tipo è troppo pericoloso”
Troppo tardi. Il palazzo sussulta. Improvvisamente il segnale di Sky scompare.
Mi inginocchio. Col guanto mi tengo la bandana sulla fronte. Vetri sono scoppiati anche qua.
“É un bastardo! Un figlio di puttana! Ha ucciso Sky con una bomba. Questo ci fa fuori tutti!
“Dark, aspetta, stai calmo. Siamo in due. Se lo circondiamo è finito”
“Non so, Boss, è troppo abile. Io, un figlio di puttana così, non l’ho mai incontrato. Come fa a sapere sempre dove siamo? Eppure ho distrutto tutti i suoi droni e le sue fottute telecamere…”

Ci riuniamo nella stanza che avevamo barricato, quella che ritenevamo più sicura e notiamo che è passato anche da lì e ha disinnescato le nostre trappole. È davvero un demonio.
Il tempo sembra eterno. Dark fa capolino dietro una poltrona, io sono nell’angolo opposto in posizione supina. Giù la testa e visuale in alto! Che provi solo a fare lo scherzo con cui ha spacciato Thermite….
Attendiamo ancora. Forse non arriva. Che sia uscito dal palazzo? Siamo immobili da troppo tempo.
Improvvisamente tre colpi secchi. Dark si accascia.
“É un bastardo di merda, lo sapevo!”
Come ha fatto? Da dove ha sparato? Non c’è tempo per pensare. Sposto la visuale in modo rapidissimo da un lato all’altro, quasi ondeggiando, l’istinto lavora. Ecco! C’è una fessura nel muro. Quando è passato di qui ha lasciato quella frattura apposta!
La voce di Dark continua ossessiva: “Mi ha ammazzato! Resti solo tu, fai fuori quel figlio di puttana!”
Dark, stai un po’ zitto! Cazzo, parli sempre. Parli anche da morto!
Rotolo verso il centro della stanza, con agilità inaspettata, massiccio come sono e appesantito da armi e bardature. Qualche colpo proveniente dalla fessura mi sfiora. Bene, significa che il cane è ancora lì.
Sparo. Ne basta uno. Preciso. Io so dov’è, non mi importa di vederlo. Ho un’arma che non perdona. Un’arma che fa il suo dovere.
Dark urla come un pazzo “L’hai ammazzato! Ce l’hai fatta! Abbiamo vinto!”
Nelle cuffie il vociare dei compagni…
“Che bella partita! E ci abbiamo fatto pure una live, un bel video in diretta internet…”
Adesso Thermite, Micheal, Sky e Dark, insieme a me, commentano ogni singola mossa. Siamo così lontani ma la connessione ci rende così vicini, sembra quasi di abitare nella stessa casa, di vedersi tutti i giorni, siamo una squadra formidabile!
Sto ancora ballando e agitando il joystick nella mano, per sfogare l’esaltazione della vittoria, quando una voce si sovrappone a quella dei miei amici. É una voce un po’ roca, da adulto. Stride in mezzo all’acerbo suono di quelle note adolescenziali.
“Stronzetti! Chi è quello che si è divertito a darme del figlio di puttana… no perché voi ragazzi nun ve potete permette ciò, che ci avete sedicianni”
Cazzo! È il capo della squadra avversaria, quello che ho ammazzato per ultimo. È entrato nella live. Ci ascoltava da prima. Ecco perché conosceva le nostre mosse! Altro che abilità! È un imbroglione schifoso… ma adesso cosa vuole?
“Io non ho sedici anni, ne ho diciannove” risponde lesto Sky
“E io ne ho diciassette” aggiunge rapido Dark che non vuole restare indietro “tu che cazzo vuoi?”
Io sono il più piccolo e me ne resto in ascolto senza parlare. Mi sembra che il tipo voglia attaccare briga.
“Sentite, stronzetti, io ci ho quarantaquattro anni e nun me va de sentirme dà del bastardo e del figlio di una mignotta”
“Oh, ma è normale, quando si gioca, è quasi un complimento”
“No, no. Che fai? Me sta a pijià pel culo? Dimme dove abiti che vengo lì e te sparo in bocca” la voce del tipo si fa proprio cattiva.
“Ah, ah, se vuoi sapere come si chiama te lo dico io, si chiama Dark e abita in Darklandia” Sky è proprio sfacciato. Lo vuol fare imbufalire. Ironizza e ride e fa ridere gli altri…
“Ah sì? Uscisse fori quello che mi ha dato del figlio de mignotta! Che io vengo lì e te sparo in bocca! Che la pistola ce l’ho sur serio, mica come voi imbecilletti che giocate a guardie e ladri. Io so sparà per davvero! Uscisse fori, che vengo lì e je sparo in bocca!
Uscisse fori, se ci ha er coraggio… dimme dove stai de casa!” Urla, il cafone.
“Bruci perché hai perso”
“Dai ragà, lasciate stare, è un vecchio…”
“E guardavi pure la nostra live per fregarci…”
“Non sei buono! Buuuu…”

Ora l’urlo del vecchio diventa un sibilo
“Uscissssss…..”
Il contatto si chiude.
Thermite, che faceva da server, ha pensato bene di chiudere la live e la poco divertente conversazione.

Misero quarantenne che sfoghi le tue frustrazioni urlando ad un nugolo di adolescenti, dietro lo schermo della grande rete, che immagini di trasferire nella realtà il piombo sventagliato virtualmente.
Non sai che la guerra e le sparatorie hanno senso solo se sono un gioco per ragazzini?
Quali rabbie e quali ansie nascondi nella pistola che celi nel cassetto?
Non hai capito che quella pistola non ti proteggerà dalla barbarie…? Quella pistola è la barbarie.

RAP CRISTOLOGICO

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IL RAP CRISTOLOGICO

Io sono il ladrone che non si è pentito
non son mica Dimaco, io sono Tito.
Merito il palo, la gogna e la buca.
Lo dice anche l’altro, basta leggere Luca.

Sono io l’adultera che la folla assaliva.
Or se son viva che mi dici di fare?
Di starmene buona e di non fornicare…
Ma io voglio il peccato, non pietre scagliare!

Voi che non rendete la gloria
così vi condanna la storia.
E siete l’appiglio per dire
Che è sempre più bravo il servile.

Noi siamo i lebbrosi che tu hai guarito
e non siamo tornati a baciare il tuo dito.
Te ne restan milioni col volto disfatto,
vai un po’ da loro a proporre il contratto.

Noi siamo cinque, le spose distratte
che dovevano intatte aspettare con garbo.
La verginità era meglio darla a un bastardo
che attendere invano lo sposo in ritardo.

Voi che non rendete la gloria
così vi condanna la storia.
E siete l’appiglio per dire
Che è sempre più bravo il servile.

Io sono il fico che non fece la frutta,
perché me ne stavo nell’epoca asciutta.
Ascoltami bene qual è la ragione…
non te l’avrei data manco fosse stagione!

Io sono il cammello del giovane ricco
Ma poi, son cammello o sono una fune?
Sai dove lo ficco di andar per le crune?
Lasciatemi in pace, preferisco le dune.

Voi che non rendete la gloria
così vi condanna la storia.
E siete l’appiglio per dire
Che è sempre più bravo il servile.

Nota:
la strofa 1. passi di Lc 23,39 e Gv 8,3
la strofa 2. passi di Lc 17,11 e Mt 25,1
la strofa 3. passi di Mc 11,12 e Mt 19,23

IL MERITO

Chi mi aiuta con sto RAP?

Non so comporre le note. La musica non la so fare, purtroppo non sono capace.

Io ci metto le parole. Forse la rima baciata non è la più indicata, ma con l’hip hop non si dovrebbe andare troppo per il sottile… Qualcuno si offre di metterla in musica?

rap

IL MERITO

Sapevi che devi saperti inventare il lavoro
sono anni che te lo dicono tutti in coro

Non sei meritevole se non sai presentare la domanda
non sei meritevole se non hai la raccomanda

Non sei meritevole se non hai le competenze
non meriti niente, sei un fallito, se hai contro le sentenze!

Viva il merito che ci rende tutti belli
viva il merito che ci rende un po’ più snelli
Chi non merita sia tosto rottamato
che un robot al suo posto è prenotato.

E smettila di dire che fai solo il tuo dovere
è il minimo sindacale, a chi la dai a bere?!

Non sei meritevole se non hai il sorriso giusto
non sei meritevole se il capo non ti ha in gusto

Non sei meritevole se ti credono un po’ pazzo
non sei meritevole, fai schifo, non meriti proprio un cazzo!

Viva il merito che ci rende tutti belli
viva il merito che ci rende un po’ più snelli
Non sei capace di fare il robottino?
sei rottamato! Questo è il tuo destino.

Ma che diritti, i tuoi son solo privilegi
non sei in miniera, di che ti fregi?

Non sei meritevole se a casa hai un vecchio da curare
non sei meritevole se hai un bambino da sfornare

Non sei meritevole se hai la bile grossa
non meriti un cazzo, vai via, meriti di andare nella fossa!

Viva il merito che ci rende tutti belli
viva il merito che ci rende un po’ più snelli
Non sei bravo a caricarti quella soma?
al tuo posto è già pronto un bell’automa!

Proiettili Matematici

unghie dadi

1) All’inizio disegnavo intere saghe, poi mi sono limitato a storie brevi. Infine sono passato alla striscia e alla vignetta.
La mia pigrizia non mi ha dato tregua: sono approdato all’aforisma.

2) Mi disse, con fare minaccioso: “Adesso facciamo i conti!”
Era uno che non conosceva nemmeno le tabelline.

3) Ha sempre fatto tutto in 4 e 4 otto, il sedici gli era troppo complesso.

4) Se i problemi potessero essere chiamati giochi, come negli esercizi di matematica, la vita sarebbe più divertente..

5) Sei terzi è più difficile, due primi invece… Pelè e Bolt.

6) Meni gran vanto se corri in macchina ai duecento all’ora… rispetto alla terra… e nemmeno sai quanto vai veloce rispetto al sole.

7) So che ti piacerebbe sputare dalla finestra di un palazzo e poi scendere le scale così velocemente da giungere proprio sotto e poter guardare il tuo volto radioso nel gesto osceno.

8) Si impegnava all’ennesima potenza. Ma era l’ennesima potenza di zero.
E se anche n fosse stato zero… non ti dico.

9) Puoi sempre costruire una frase logica. Tienine conto quando vuoi dare un senso a qualcosa che non ce l’ha.

10) Con la logica, lavorando sulle premesse, si può dimostrare di tutto. Ma ancor meglio si può fare senza logica.

11) Se il mio tempo fosse eterno potrei dedicarmi a cercare di capire se esiste l’infinito.

12) Con lo sconto del 30 per cento lo paghi di più di una cosa non scontata. Un affarone!

13) Ogni insegnante dovrebbe essere obiettore di coscienza nei confronti del concetto di sconto.

14) Tutti lì a preoccuparsi degli universi paralleli… perché non hanno ancora visto quelli perpendicolari!

15) Fumare fa malissimo! Una sigaretta equivale a un’ora di passeggio lungo una strada trafficata di una grande città. D’altra parte l’inquinamento cittadino è terribile: passeggiare dieci minuti lungo una strada ad alto traffico è come fumare una sigaretta.

16) Per smettere di fumare occorre una grande forza d’animo. Un mio amico ha dimostrato di possedere una volontà davvero ferrea: è riuscito a smettere di fumare ben dodici volte.

17) Era una persona a 360 gradi; infatti era una palla.

18) Non era molto acuto. In compenso gli veniva bene l’angolo retto.

19) Potrei anche accettare il calcolo statistico, se solo non lo usasse lo psicologo.

20) Un insigne psicologo da rotocalchi afferma che le persone che sistemano il letto appena alzati sono avvantaggiati nella vita poiché hanno attitudine al comando.
Ora mi chiedo se il Generale De Gaulle si facesse il letto al mattino presto o se glielo facesse la colf.

21) “L’ottanta per cento della relazione è fatto di comunicazione non verbale”. Effettivamente…solo in quella frase ce ne è il cento per cento!

22) Era una persona molto metodica e determinata. Non sopportando l’estate, ogni primo d’agosto si suicidava.

23) In un telegiornale di economia e finanza, vidi un servizio che trattava di sanità. Si affermava che, grazie ai nuove conoscenze del DNA, si può arrivare a definire la probabilità di sviluppare malanni da parte di ogni individuo e quindi proporzionare ad essa la retta da pagare al Servizio Sanitario Nazionale. Ecco un esempio di come scienza e matematica possano produrre disastri se lasciate nelle mani degli economisti.

24) La cura di biologie vegetali richiede un paziente rispetto di tempi che sono altro rispetto a noi.
Difficilmente chi richiede al mondo di piegarsi ai propri ritmi può far sbocciare un fiore.

25) Se tutta la volontà si esaurisse nella macchina del nostro corpo, saremmo automi determinati, vaganti come zombi senza scelta. Se invece fosse il Libero Arbitrio a dare esercizio di sé, saremmo corpi la cui materia è mossa da un fantasma fuori dal nostro mondo. È proprio vero che se Dio esiste si chiama Dario Argento.

26) Poi viene quel teologo a dirci che il fatto di poter scegliere se tirare una bastonata al primo che incontri si chiama Libero Arbitrio ed è un gran dono che ci ha fatto quel personaggio di nome Dio.
Quando io vorrei solo poter scegliere fra il treno per Betelgeuse e la carovana per Antares.

27) Trovare una ragione mistica aiuta. Se non altro solleva dalle responsabilità.

28) Il grado di fanatismo di un individuo lo si misura nella sua reazione all’ironia.

29) L’Idrogeno all’Elio: “io sono il solo uno”
l’Elio rispose: “non avrai altro due all’infuori di me”.

30) Ridicolo è chi cerca di seminare l’erbetta di Dio nella foresta della scienza.

31) La vita è una caduta nel vuoto, di una manciata di milioni di miliardi di chilometri, a campo gravitazionale a noi consueto.
In fondo c’è il duro asfalto.

32) Tutta ‘sta fatica per cercare di pesare l’anima. Poi magari salta fuori che è fatta di elio.

33) Se dividi le cose per zero virgola cinque è come moltiplicarle per due. C’è spazio per un Gesù Cristo in ognuno di noi!

34) Tanti confondono il concetto di evoluzione con quello di progresso. Ma se proprio vogliamo usarlo in questi termini, allora le formiche sono molto più evolute di noi: loro sanno arrampicarsi sugli specchi.

35) Ma chi è veramente certo dei propri dubbi?

36) Se rimani senza parole usa i numeri.

Frutta e Verdura

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Le dimensioni del supermercato oltrepassano quelle di una piazza d’armi con tutti gli acquartieramenti. Mi aggiro, malamente guidato dai cartelli stradali: merendine, tè, caffè. Uova, latte. Prodotti per l’infanzia…

Mi chiedo perché non forniscano una mappa all’ingresso, come nei grandi parchi giochi.

“E’ lì! E’ lì!” Un bimbo vociante urta il mio carrello inseguendo un pokémon che, evidentemente, si nasconde fra le scatole dei pelati, visto che lo sciagurato ne fa cadere un’intera fila, per la gioia della madre che, improvvisamente, è costretta a riemergere dal gruppo di mamme whatsapp che la stava fagocitando. Già, altro che mappa! Ecco cosa ci vorrebbe! Una app con i prodotti georeferenziati da trovare con uno smartphone! quello sarebbe comodo! Il mio pokémon leggendario è una tisana di mela e cannella e da ore sto inseguendo una irraggiungibile crema solare. Frustranti ricerche. Introvabili nei luoghi ad essi deputati, chissà in quale sezione si sono rimaterializzati, in permutazioni generate da chissà quale esoterico criterio. Pazienza, qualcosa bisogna pur abbandonare.

Chiedo asilo all’area degli ortaggi, un’oasi dove ritemprarmi. Qui, fra i ceppi di insalata e i vassoi di funghi, le certezze non vengono intaccate. Le mele sono mele e le zucchine zucchine. Mai capiterà di non trovarli qui perché spostati fra i prodotti omeopatici o fra gli oggetti da necessaire per signora.

Sacchetti nel carrello, codici nella mente, mi avvicino sicuro alla bilancia. Noto con curiosità che nella pulsantiera i codici sono stati distinti in due gruppi: frutta e verdura. Non c’è limite di decenza al bisogno umano di catalogare… Poi, qual è la differenza fra frutta e verdura? Il pomodoro è un frutto? O è verdura? E il peperone? Quello rosso è frutto e quello verde, appunto, è verdura? Mi aggrappo ad una sistematica certezza: i funghi appartengono al regno dei funghi.

Davanti a me indugia una ragazzina. Magretta, la borsetta della Gola a tracolla, il risvoltino all’altezza giusta, attorno ai suoi acerbi occhioni, un modo di tenere la bocca insegue un’espressione del viso ancor più smunta di quello che già è. Armeggia un pesante mango fra le mani.

Con un tono di voce allarmato chiama in soccorso la nonna. Si presenta una signora sorridente, semplice e gradevole “Cosa succede, Nanì?”

“Nonna” le dice indicando la pulsantiera dei codici, “Perché hanno messo il mango fra la frutta?”

“Ma perché è un frutto” risponde filosoficamente la signora.

“Non lo sapevo… Allora non lo posso mangiare”

“Perché, Nanì?”

La giovane stira le labbra e alza gli occhi cercando l’espressione solenne delle sentenze : “Perché in questo periodo ho deciso di mangiare solo verdura!”

La nonna non sa se ridere o prendersela di fronte a tale dichiarazione di veganesimo estremo. Disponendo di una mimica ben più ricca della nipote, alterna una serie di quattro o cinque espressioni facciali che dicono quanto va detto, con la forza del linguaggio ineffabile. Poi, pacatamente: “Nanì, se vuoi mangiare della verdura allora devi prendere un’altra cosa”

“Rimetto giù il mango al suo posto?” chiede la ragazza.

“No! No!” la blocca la signora, illuminandosi di uno sguardo gustoso “L’hai già prezzato, mettilo pure nel carrello, me lo mangio io!”

Immerso nel fruttuoso piacere di quelle parole prendo la via delle casse, riflettendo sul trenta per cento di inutilità infilate qua e là fra i prodotti nel carrello.

Ma oggi qualcosa di buono posso farlo, torno al reparto verdura. Non me ne andrò di qua senza portare con me un bel mango di saggezza!

Il Progetto Progetti

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Oggi non è pedagogia ciò che non si occupa di competenze. La competenza di frontiera è la capacità di partecipare con successo a bandi di progetto.

Una scuola che si dica tale ha il dovere di educare i ragazzi a confrontarsi con la necessità di reperire risorse tramite i canali istituzionali, le grandi aziende o le Fondazioni benefiche che controllano le più importanti banche.

Uno dei focus di tale progetto è abbattere quella mentalità rinunciataria per cui l’ente pubblico dovrebbe occuparsi di erogare servizi equi, mentalità che frena lo spirito di imprenditorialità che va alimentato in ogni giovane. Inoltre, il senso di richiesta che anima il principio di tutti i bandi si confà con lo spirito cristologico del “chiedete e vi sarà dato”, esaltando così le radici cristiane della nostra cultura.

Il virtuosismo tecnico, imprescindibile per l’elaborazione di qualsiasi bando, unito alla precisione protocollare, aiuta a disfarsi di ogni slancio ideologico legato a vetuste forme di pensiero un tempo connotate da colori politici: questo progetto si presenta perfettamente incolore.

Nella sua esplicitazione finale, il progetto permetterà un grande risparmio di risorse all’istituzione scolastica, poiché saranno gli studenti stessi ad occuparsi dell’elaborazione dei bandi, sì che la scuola potrà evitare i pesanti oneri dovuti all’ausilio di esperti esterni e i Dirigenti saranno sgravati di molto lavoro. Non solo, il processo non creerà solo economie, ma anche introito, in quanto le competenze potranno essere terziarizzate e vendute ad altre agenzie educative. Si dimostrerà così che la scuola non è necessariamente un mero centro di spesa, bensì un ente virtuoso in grado di auto finanziarsi.

Messo a sistema come progetto permanente, gli alunni potranno elaborare bandi per finanziare i progetti più importanti, quali quello contro il lavoro minorile, il progetto progetti in loop (ossia la reiterazione permanente del presente progetto), il progetto progetti progetti (ossia la fase avanzata del presente progetto) , il progetto per dimostrare che imparare a far progetti è più importante di imparare le materie tradizionali e, infine, il progetto start-up, cioè un progetto per chiedere che i progetti non siano più chiamati progetti, ma “start-up”, come già accade nella scuola per geometri.